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Quando il gioco si fa duro, ovvero i termini difficili da tradurre

Il mese scorso ho scritto un guest post sul blog “Dalla pratica alla teoria” dell’agenzia Pianeta Traduzioni. Ovviamente, il titolo parla da sé (in inglese, si definirebbe self-explanatory). Il guest post è basato su quella che ritengo la mia prima importante esperienza di traduzione, avvenuta tre-quattro anni fa (avevo cominciato a tradurre i testi proprio in questo periodo del 2008), mentre preparavo la tesi di laurea, di cui ho parlato anche in un post risalente ad aprile 2011.

QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, OVVERO I TERMINI DIFFICILI DA TRADURRE

Per la mia tesi di laurea, avevo tradotto due atti di convegno dall’inglese all’italiano. Il convegno in questione (“Interpreting in the 21st Century. Challenges and Opportunities”, tenutosi a Forlì, presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori, dal 9 all’11 novembre 2000) faceva il punto della situazione sull’interpretazione alla fine del XX secolo. In particolare, i due atti di convegno da me tradotti riguardano il cosiddetto media interpreting, ovvero l’interpretazione televisiva e per i media in generale. Nel tradurli, ho utilizzato un approccio il più idiomatico possibile, per ottenere una traduzione orientata al testo di arrivo (target-oriented translation). In questo tipo di approccio, messi in rilievo sono il senso del testo, ma anche gli usi e le convenzioni della lingua e cultura di arrivo. In traduttologia, a questo tipo di traduzione si oppone la traduzione orientata al testo di partenza (source-oriented translation), in cui la traduzione letterale si adopera come strategia traduttiva e si tende a importare nel testo di arrivo (TA) gli elementi culturali e linguistici del testo di partenza (TP). Mentre nella target-oriented translation vengono privilegiate le aspettative linguistiche, stilistiche e socioculturali dei lettori della lingua d’arrivo (LA), lo scopo della source-oriented translation è quello di avvicinare questi ultimi alle forme originali del TP.

Avevo preferito tradurre idiomaticamente perché credo che un buon traduttore non debba tradurre troppo letteralmente: mentre il lettore della LA legge il testo tradotto, questo non deve sembrargli una traduzione. Infatti l’operato del traduttore non deve trasparire nel prodotto finale: quel testo deve sembrare scritto da un parlante madrelingua della LA. Leggendo una buona traduzione di questo tipo, quasi non ci si accorgerebbe che è un testo tradotto. Si mira a creare sul lettore della LA lo stesso effetto che il TP avrebbe sul lettore della lingua di partenza (LP). Newmark, ne “La traduzione: problemi e metodi” (trad. di F. Frangini, Milano, Garzanti, 1988), definisce “comunicativa” questo tipo di traduzione, in opposizione alla traduzione semantica, con cui il traduttore “cerca […] di riprodurre l’esatto significato contestuale dell’autore” (pag. 51).

Ecco alcuni termini che, in fase di traduzione, mi avevano dato qualche problema, poiché spesso viene dato loro un senso particolare, diverso dal solito, oppure sono difficili da trovare nei comuni vocabolari perché termini specialistici. Per capire in che senso erano stati usati (e, quindi, per tradurli in modo opportuno), era stato necessario fare delle ricerche.

the industrial character of message production for mass communication, involving enormous personal and technical resources and economic interests, which makes it difficult to identify and clearly distinguish between animator, author and principal of a message.

(“New perspectives and challenges for interpretation”, pag. 205)

la natura industriale della produzione di messaggi per le comunicazioni di massa, che implica enormi risorse personali e tecniche e interessi economici. Questa rende difficile identificare e distinguere chiaramente tra “animatore”, autore e “mandante” di un messaggio.

Il sociolinguista Goffman usa questi tre termini nel suo libro “Forme del parlare”, pubblicato negli anni ‘80. Si parla dei ruoli dei parlanti/oratori, e Goffman preferisce la nozione di production mode a quella di “parlante” o di “mittente”. Questa nozione comprende le funzioni di animator, author e principal.

Per animator s’intende il parlante come “macchina fonica”: presta la sua voce al messaggio da trasmettere e, spesso, può essere un semplice sostituto dell’autore.

In “Traduzione scritta e traduzione orale” Straniero Sergio non traduce il termine, ma inserisce una spiegazione in italiano tra parentesi. Nella sua tesi di dottorato, Amato (2007) scrive sia il termine in corsivo, traduce il termine letteralmente mettendolo tra parentesi (ha usato una “etichetta traduttiva”) e aggiunge una spiegazione. L’animator è una “macchina parlante che di fatto presta la sua voce, ma spesso funge solo da sostituto dell’autore”.

Sciubba traduce il termine con “animatore”, così come viene riportato su altri testi, ma scrive anche, tra parentesi, “o macchina fonica”. Comunque, il senso che il termine ha nel testo è uno che Goffman stesso ha dato alla parola.

Quindi, avevo tradotto il termine letteralmente e visto che, di solito, la parola “animatore” evocherebbe tutt’altro (tipo “chi organizza le attività, specialmente sportive e di svago, di un gruppo di persone”) e il senso in cui il termine è usato qui è uno “insolito”, avevo deciso di metterlo tra virgolette.

Per quanto riguarda l’uso delle virgolette, Newmark ha scritto:

“Il traduttore (e il tipografo) usano di norma le virgolette per […] traduzione letterale, soprattutto di termini culturali o collocazioni straniere: di solito fra parentesi per indicare, dopo la riproduzione dell’originale, che sono inaccettabili ma che aiutano a spiegare il significato. […] Il traduttore può anche usare le virgolette (corsivo o virgolette nella stampa) anche per […] una parola usata in senso fantasioso o figurato al di fuori del suo contesto abituale […] indicare […] un’etichetta traduttiva”.

Per author, indubbiamente, avevo optato per una traduzione letterale: con questo termine si indica l’autore, “entità che formula il testo” (Straniero Sergio) o “chi ha formulato e preparato gli enunciati che vengono prodotti” (Amato). Inoltre, Duranti, in “Linguistic Anthropology”, scrive: “The author is the one who is responsible for the selection of words and sentiments that are being expressed”.

Per quanto riguarda principal, termine preso dal linguaggio legale (“nell’ambito del contratto di mandato, chi incarica il mandatario di compiere uno o più atti giuridici nel proprio interesse”), per Duranti “is the person or institution whose position or beliefs are being represented. The principal is also the one who is held responsible for whatever position is being presented”.

Straniero Sergio traduce il termine con “mandante” e, questo ruolo, può anche non coincidere con quello di author. Viene fatto l’esempio del caso in cui una persona viene incaricata di formulare un testo seguendo precise istruzioni del suo superiore o un ente. Per Amato, il principal (tradotto anche qui con “mandante”) è “qualcuno che crede personalmente in ciò che si dice e assume la posizione implicata in ciò che viene detto”. Per conservare il rimando alla terminologia legale, volutamente usato dall’autore, anch’io avevo tradotto “mandante”.

Sempre nello stesso testo, a pagina 208, c’è il termine gatekeeping:

In the case of mixed roles, there can be an even stronger interference with personal goals of the presenter/interpreter (tendency to adapt the translated discourse to one’s expectations or aims, need of topic and situation development, gatekeeping etc.).

Nel caso dei ruoli misti, ci può essere un’interferenza ancora più forte con gli obiettivi personali del presentatore/interprete (la tendenza ad adattare il discorso tradotto ai propri obiettivi o aspettative, la necessità di sviluppare l’argomento e la situazione, il controllo del flusso dell’informazione, ecc…).

Secondo Lewin, il gatekeeper (letteralmente: “custode del cancello”) è il controllore del flusso dell’informazione, che ha il potere di decidere se lasciar passare o bloccare l’informazione. Le sue decisioni vengono realizzate non tanto sulla base di valutazioni individuali, quanto a un insieme di valori che includono criteri professionali, organizzativi. Il gatekeeper subisce delle pressioni e dei condizionamenti affinché si comporti in un certo modo. Per Wolf, il gatekeeping comprenderebbe:

“tutte le forme di controllo dell’informazione che possono determinarsi nelle decisioni circa la codificazione dei messaggi, la diffusione, la programmazione, l’esclusione di tutto il messaggio o di sue componenti […] le esigenze organizzativo-strutturali e le caratteristiche tecnico-espressive di ogni mezzo di comunicazione di massa (in quanto) elementi cruciali nel determinare la rappresentazione della realtà sociale fornita dai media”.

Talvolta, una conseguenza di questo controllo dell’informazione può essere la distorsione delle informazioni che si vogliono trasmettere attraverso i media.

Talvolta il controllo dell’informazione può sfociare nella censura, che è un suo caso estremo. Per fare un esempio, il 20 gennaio 2009 due portali Internet cinesi hanno censurato parte del discorso di insediamento di Barack Obama, in cui si menzionava la sconfitta di fascismo e comunismo, e si criticavano i dittatori che sopprimono il dissenso. La TV di Stato cinese non ha trasmesso il discorso in diretta, ma il sito del quotidiano “China Daily” lo ha pubblicato senza censure e non tradotto.

A pagina 209 (paragrafo 3.5) si parla di talk-as-play e di footing:

In the entertainment genre (see 3.8. Genres), phatic aspects, talk-as-play and footing are skilfully used by media professionals to create a “personalised style of pseudo-intimacy” (Holly 1995:345) and to enhance parasocial interaction involving the virtual audience.

Nel genere dei programmi di intrattenimento (si veda il paragrafo 3.8. Generi), gli aspetti fàtici, l’impostazione ludica del discorso e il footing sono usati abilmente dai professionisti dei media per creare un “tipo personalizzato di pseudo-confidenza” (Holly 1995:345) e per intensificare l’interazione parasociale con il pubblico virtuale.

Per quanto riguarda il primo termine, Bateson introduce il concetto del play frame (contesto ludico), secondo cui possiamo considerare le nostre azioni come “serie” o “fatte per gioco”. I partecipanti a una conversazione possono far capire agli altri se qualcosa viene fatta seriamente o per gioco, per scherzo. Qualunque cosa può essere divertente (Coates). Nella categoria playful talk rientrano diverse attività e azioni, come prendere in giro qualcuno, scherzare, i giochi di parole, le parodie, ecc… (Lytra). Inizialmente, avevo tradotto talk-as-play con “modo scherzoso di parlare” ma, alla fine, avevo capito che qui s’intende l’impostazione ludica del discorso, e quindi avevo tradotto così.

Footing, invece, può indicare:

  • the conditions or arrangements on which something is based;
  • a firm hold with your feet when you are standing on a dangerous surface;
  • the solid base of bricks, stone etc that is under a building to support it and fasten it to the ground.

All’inizio, lo avevo reso con “posizione” ma, a parte il fatto che da solo non significava niente, ho notato che Straniero Sergio lo ha usato in corsivo e non tradotto. Viene citato anche qui Goffman, secondo cui: “Footing è la posizione che il parlante assume nei confronti di se stesso e dei suoi interlocutori nell’ambito di una situazione comunicativa”. Quindi, anch’io avevo deciso di lasciare il termine in LP.

The main characteristics of media instrumentalities, compared to more traditional forms of interpreting, are their increasing technicality and minimal control the interpreter has over them, as well as the complete lack of back-channel from the off-screen audience and, sometimes, from all participants.

(“New perspectives and challenges for interpretation”, pag. 210)

Le caratteristiche principali degli strumenti mediatici, rispetto a forme di interpretazione più tradizionali, sono il loro maggiore carattere tecnico e il minimo controllo che l’interprete ha su di loro, così come la mancanza totale di un back-channel da parte del pubblico da casa e, talvolta, da tutti i partecipanti.

Il back-channel è una sorta di feedback, di reazione che ha l’ascoltatore, per far capire a chi parla che lo sta seguendo nel suo discorso (per esempio, quando si annuisce). Avevo deciso di trascriverlo invece che tradurlo perché avevo capito che si trattava di termine tecnico legato alla linguistica.

TESTO DA CUI SONO STATI TRATTI GLI ATTI DI CONVEGNO TRADOTTI:

GARZONE, G. – VIEZZI, M. (a cura di), Interpreting in the 21st Century. Challenges and opportunities. Selected papers from the 1st Forlì Conference on Interpreting Studies, 9-11 November 2000, Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins Publishing Company (Benjamins Translation Library, 43), 2002, pagg. 203-225.

Per quanto riguarda i testi di approfondimento sull’interpretazione televisiva, si rimanda a questa pagina.

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Il traduttore è un ponte e le parole sono stanze

Sono rimasta colpita da due brani del “Manuale del traduttore” di Bruno Osimo, che sto studiando per un esame.

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Lisbona, Ponte 25 de Abril.

Se il traduttore è un ponte tra due sistemi della semiosfera, e alla mediazione culturale del traduttore ricorrono coloro che non hanno la capacità individuale di mediazione per passare autonomamente da un mondo all’altro, bisogna vedere fino a quale punto del ponte il lettore viene condotto per mano dal traduttore, e fino a che punto è il mondo altro a essere semplificato e addomesticato in modo da apparire più vicino. Perché, in sostanza, è in queste due direzioni che l’opera mediatrice del traduttore si esplica: da un lato fornisce direttamente al lettore gli strumenti per affrontare un testo altrimenti inaccessibile; dall’altro, ricostruisce il mondo da scoprire, lo traduce in termini più familiari, lo rende comprensibile semplificandolo. Nel primo caso accompagna il lettore lungo il ponte, nel secondo crea degli effetti speciali che fanno apparire il mondo inaccessibile più vicino.

Tutta l’opera di addomesticamento che il traduttore non compie, è strada in più che deve essere percorsa dal lettore, e perciò, a seconda di quanto il lettore modello della cultura ricevente venga considerato capace e attrezzato per affrontare la realtà del mondo altro, il traduttore sarà nei suoi confronti più o meno paternalista, producendo un testo più o meno ghiotto di novità, più o meno liscio, scorrevole. Un testo è scorrevole non soltanto quando la sintassi e il lessico sono consueti, ma anche quando gli elementi culturali che vi si incontrano sono familiari. (pag. 55-56)

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Vincent Van Gogh, La camera di Vincent ad Arles, 1888.

Immaginiamo la parola come una stanza prefabbricata che ha pareti, su ciascuna delle quali è una finestra, con una visuale diversa da quella delle altre, più o meno diversa a seconda dell’angolazione delle pareti (= la distanza semantica tra le accezioni) e dell’omogeneità del paesaggio (= campo semantico). La traduzione sarà un edificio composto da un certo numero di queste “stanze prefabbricate”. In due lingue non esistono mai due parole-stanze che hanno lo stesso numero di finestre e con lo stesso orientamento, perciò il traduttore, nell’edificare la sua versione, deve scegliere la stanza che ritiene più adatta; ma così facendo […] impedisce al suo lettore di guardare da certe finestre e di vedere certe prospettive, e nel contempo gli permette di guardare da finestre che l’autore non aveva previsto. (pag. 80) 

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Tesi di traduzione: su cosa basare l’analisi traduttologica?

Rieccomi per il secondo post di oggi, stavolta in italiano. Ispirata da un messaggio di un’amica che mi chiede dei consigli su come impostare il capitolo sull’analisi traduttologica della sua tesi di laurea, ecco alcune indicazioni (ovviamente, è solo un esempio… non credo ci sia un solo modo possibile) su come si potrebbe organizzare un capitolo del genere.

Un libro che mi è stato molto utile per la tesi, ma non solo, è “Terminologia della traduzione” di J. Delisle, H. Lee-Jahnke e M. C. Cornier (a cura di M. Ulrych, trad. di C. Falbo e M. T. Musacchio), edito dalla Hoepli e uscito nel 2002. Lo considero una sorta di bibbia della traduzione, è decisamente un must (have), sia per gli studenti che per i professionisti della traduzione.

1. Tipologia testuale. Introduzione della tipologia testuale del/i testo/i tradotto/i (es. testo giornalistico, testo letterario, atto di convegno, saggio, discorso, ecc…) con una breve descrizione delle sue caratteristiche tipiche:

  • funzione (espressiva, vocativa, informativa),
  • registro (formale, colloquiale, ecc…),
  • linguaggio (specialistico o meno),
  • uso dei sostantivi, dei verbi, ecc…,
  • obiettivo che il testo/i testi si pone/pongono,
  • per quale tipo di pubblico è/sono pensato/i.

2. Strategia traduttiva, ovvero la “strategia che il traduttore applica in modo coerente in funzione dell’intenzione adottata nella traduzione di un dato testo”, Delisle et al. 2002).

  • descrizione della strategia traduttiva usata (source-oriented o target-oriented, ovvero traduzione orientata al testo di partenza o al testo d’arrivo; traduzione semantica o comunicativa secondo Newmark[2. P. NEWMARK, La traduzione: problemi e metodi, trad. di F. Frangini, Milano, Garzanti, 1988.], ecc…) e motivazione/i per cui la si è utilizzata.

3. Procedimenti traduttivi. Un procedimento traduttivo è un “procedimento di trasferimento linguistico degli elementi portatori di senso del testo di partenza applicato dal traduttore nel momento in cui formula un’equivalenza” (Delisle et al. 2002). I procedimenti traduttivi si differenziano dalla strategia traduttiva perché quest’ultima riguarda un approccio applicato al testo nella sua interezza.

  • descrizione dei vari procedimenti traduttivi usati [esempi di procedimenti traduttivi sono: calco, traduzione letterale (può anche essere una strategia traduttiva), economia, amplificazione, modulazione], con qualche esempio.

4. Termini particolarmente difficili da tradurre

  • esempi di termini che, in fase di traduzione, hanno dato filo da torcere, magari perché nel testo viene dato loro un significato particolare, o sono termini tecnico-specialistici che non si trovano nei comuni vocabolari.
  • Ovviamente, bisogna anche spiegare questi esempi: ad esempio, scrivere che nel libro X, l’autore Tizio usa quel termine per indicare una certa cosa e che si è scelto di tradurlo così perché il contesto lo richiedeva, o perché Caio e Sempronio hanno proposto quella traduzione. Mi è servito davvero tanto, in fase di traduzione, ma anche di revisione, annotare tutto ciò che ricercavo sui libri e in Rete su un blocco note. Quando poi ho scritto questa parte del capitolo sull’analisi traduttologica, quasi tutto il materiale che avevo usato per scriverlo era lì.

5. Altri problemi legati alla traduzione

  • problemi non legati nello specifico ai procedimenti traduttivi e che non rientrano nel paragrafo dei termini particolarmente difficili da tradurre. Per fare un esempio: uno dei testi che ho tradotto, che ha come target reader studiosi, professionisti ed esperti d’interpretazione, traduzione o linguistica che non sono italiani, spiega in una nota cos’è la RAI. Ho dato per scontato che i corrispettivi italiani delle suddette categorie di persone sappiano benissimo cos’è e ho ritenuto opportuno, per conservare l’ordine delle note nel testo tradotto, inserire una Nota del Traduttore che rimanda al capitolo sul commento e l’analisi traduttologica in cui ho parlato anche di questo. 

6. Rimandi intertestuali nel/i testo/i di partenza

7. Termini tecnico-specialistici (ovviamente, se il testo ne contiene)

8. Espressioni idiomatiche (con esempi).

Clicca qui per leggere la seconda parte del post.

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Trenta dì conta settembre…

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Leggendo il titolo del post, sicuramente avrete pensato “Ma non era novembre?”. Beh, sì… però ieri ho scoperto che questa filastrocca esiste anche in inglese:

Thirty days hath September,
April, June, and November;
All the rest have thirty-one,
Save February, with twenty-eight days clear,
And twenty-nine each leap year.
 
Ed ecco la versione italiana, che conosco da quando ero bambina (solo che ero solita dire “Trenta giorni ha novembre, ecc…”):
**************
Trenta dì conta novembre
con april, giugno e settembre.
Di ventotto ce n’è uno,
tutti gli altri ne han trentuno.
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“Il traduttore è lo psicanalista dell’autore”, un discorso di Daniel Pennac

Questo è il discorso tenuto da Daniel Pennac in occasione del premio che gli è stato consegnato in occasione delle Giornate della Traduzione di Urbino.
La traduzione dell’intervento è di Yasmina Melaouah, traduttrice ufficiale dell’amatissimo scrittore francese.
Le sue parole rendono ben evidente perché la giuria abbia deciso di premiare Daniel Pennac, ma le motivazioni “ufficiali” sono state così indicate dalla commissione: per l’inesausta disponibilità con cui affianca i suoi traduttori nelle varie fasi dell’interpretazione e della resa linguistica; per la generosa attenzione mostrata nei confronti delle loro condizioni di lavoro; per l’ideale testimonianza sul valore della traduzione di cui è portatore nel mondo della cultura.

Cari amici traduttori, luci della mia Pentecoste laica, lasciate che vi ringrazi e vi dica il mio stupore, che vi ringrazi per l’onore che mi fate assegnandomi questo premio e vi dica il mio stupore per aver scelto proprio me per questo onore.
Voi dite di essermi grati per il mio atteggiamento generale nei confronti dei traduttori. Quale gratitudine? Cosa sarebbe l’uomo che sono senza voi traduttori? Un uomo che non parla né legge alcuna lingua all’infuori della propria, nemmeno l’inglese; credo peraltro di essere l’ultimo europeo in questa triste condizione. Nemmeno l’italiano, nonostante i trent’anni di amicizia che ci legano. Quest’uomo ha un bisogno vitale dei traduttori, voi siete la mia vita, le mie vite, grazie a voi i miei libri rinascono e attraversano le frontiere. Dico rinascono poiché la traduzione di un testo letterario equivale a una nuova nascita e il ruolo che svolgono i traduttori in questa nascita viene considerato alla stregua di una creazione. La nozione di traduzione è inseparabile da quella di creazione; la pura e semplice trasposizione linguistica non è un atto di traduzione, bensì un atto di duplicazione che produce un ostrogoto incomprensibile. È sufficiente leggere le istruzioni per l’uso della mia lavatrice di origine tedesca, dal design italiano, con l’elettronica giapponese, fabbricata in Corea per essere indotti linguisticamente al suicidio.

Affinché un romanzo viva in un’altra lingua è necessario che qualcuno gli dia nuovamente vita in questa nuova lingua e questo qualcuno siete voi. In cosa consiste la nuova vita di un romanzo ben tradotto? In un testo che si incarna in una lingua che non è la sua lingua originale, nel vostro caso l’italiano, tanto da far esclamare al lettore “sembra scritto in italiano”, cosa che non si può dire delle istruzioni della vostra lavatrice. Ma che cosa ha provato l’illusione del lettore? La misteriosa forma dell’ottima traduzione, nella fattispecie la capacità di trasporre in un’altra lingua il lessico classico, popolare dell’autore straniero, il ritmo della sua scrittura, la sua musicalità, i suoi sottintesi, le sue allusioni, le svariate intenzioni dell’autore; in sostanza ciò che non è scritto e che potremmo chiamare lo spirito del testo. Capacità che fa del traduttore una sorta di psicanalista dell’autore. Ma chi dice spirito del testo dice anche spirito della lingua nella quale il testo è scritto, il che fa di voi anche etnologi attenti e linguisti puntigliosi; questa capacità di restituire lo spirito di una lingua straniera nella vostra lingua può nascere solo da una fusione con il testo e con la lingua di partenza, unita a una perfetta padronanza della lingua di arrivo, la vostra. Tale duplice competenza presuppone un’ubiquità linguistica e letteraria o, per essere più precisi, un intuito analogico; questo intuito analogico impone al traduttore di calarsi in una dimensione di ossessività, la quale, fra parentesi, è la stessa del romanziere al lavoro. Nell’esercizio di questa ossessione, Yasmina Melaouah, la mia traduttrice italiana, Eveline Passet, la mia traduttrice tedesca, Vlatka Valentic, la mia traduttrice croata, Akira Mitsubayashi, il mio traduttore giapponese, Sarah Adams, la mia traduttrice inglese, o Manuel Serrat Crespo, il mio traduttore spagnolo – per citarne solo alcuni – mi raggiungono spesso fin nel cuore dei miei testi. Ma l’ossessione, cari amici, lo sapete quanto me, richiede tempo. Richiede durata. E questo tempo, occorre remunerarlo.

Alcuni anni fa, a un convegno in cui mi è stato chiesto cosa pensassi del fatto che il traduttore è lo psicanalista dell’autore (poiché questa idea non è mia, e a quel convegno su di essa erano tutti unanimemente d’accordo), ho detto “sì, sì”, ho applaudito e ho suggerito quindi di allineare la retribuzione dei traduttori a quella degli psicanalisti. Ahimè, fine dell’unanimità. Nessuno era d’accordo con me, salvo i traduttori presenti, molto divertiti dall’idea. Giacché, professionalmente, voi siete schiavi dell’ossessione senza la remunerazione che la sua durata esige. E tuttavia traducete. Molto bene, nel caso di parecchi di voi.
Quando mi capita di leggere un romanzo straniero mal tradotto, prima di incolpare il traduttore mi chiedo sempre quanto tempo gli è stato concesso per entrare in intimità con il testo e nella profondità delle due lingue in gioco. E quando mi capita di leggere un’ottima traduzione la mia prima reazione è la gratitudine assoluta per il traduttore che ha trovato il tempo per la propria ossessione, che si è consacrato all’utopia letteraria, nonostante una logica di mercato che si interessa alle lettere solo quando diventano cifre, grosse cifre, e che non distingue tra la letteratura e le istruzioni per l’uso delle nostre lavatrici.

Di tutto questo, dunque, della vostra ubiquità, della vostra ossessività, del vostro impegno a far sì che ogni singolo romanzo si inscriva nella letteratura universale, vi ringrazio.

Fonte: Wuz.it

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Happy International Translation Day!

First of all, I’m wishing all translators, interpreters and students specializing in Translation and/or Interpreting a happy International Translation Day, which is celebrated every year on September 30th on the feast of St. Jerome, the Patron Saint of Translators.

According to Wikipedia,

The celebrations have been promoted by FIT (the International Federation of Translators) ever since it was set up in 1953. In 1991 FIT launched the idea of an officially recognised International Translation Day to show solidarity of the worldwide translation community in an effort to promote the translation profession in different countries (not necessarily only in Christian ones). This is an opportunity to display pride in a profession that is becoming increasingly essential in the era of progressing globalisation.

According to the International Translators Association,

[…] the challenge of International Translation Day remains the same: to raise awareness of the translation profession.

For those who didn’t know, St. Jerome is the Patron Saint of archeologists, archivists, Bible scholars, librarians, libraries, schoolchildren, students and translators. You can read about his life and works on this Wikipedia article. Two years ago, Jill Sommers posted a very detailed post about him, which was also about the way he worked as a translator (he revised and translated parts of the Bible into Latin, and awarded sainthood thanks to the services he rendered to the Church). Quoting  the article posted on the TIHOF’s website:

Jerome’s humility regarding his own work set a good example for translators who followed him. He freely admitted ignorance, even embarrassment, when warranted, and revisited some of his translations, making corrections and additions. On the other hand, he also pointed out that a translation’s accuracy depended greatly on the reliability of the source text: copyists often inadvertently introduced errors, which would be compounded and passed down through the centuries.

The International Translation Day has a different theme every year. This year’s theme is Translation Quality for a Variety of Voices.

Many translation-related events are organized on this day. For example, ProZ.com’s Translation3 virtual conference, starting at 10 am GMT, which runs for 12 hours and you can attend for free. Always speaking of ProZ.com, some members even organize pow-wows.

Post in italiano, Traduzione

La traduzione è una cosa seria

Se s’intende raggiungere un vasto pubblico, un testo di qualsiasi tipo (es. letterario, tecnico-scientifico, ipertesto, ecc…) deve essere tradotto nel modo più accurato possibile, in modo da conservare lo scopo che intendeva raggiungere nella versione in lingua originale. Il traduttore deve anche conoscere molto bene la lingua d’arrivo e saper renderne i registri, le parole e le espressioni legate alla cultura della LA e le frasi idiomatiche, ecco perché è necessario contattare un traduttore madrelingua o con un’ottima conoscenza e padronanza della lingua d’arrivo. Un altro elemento fondamentale da tener presente è il contesto in cui il testo si pone, e i traduttori automatici come Babelfish e Google Translator non lo deducono, traducendo in modo letterale (per non parlare dei termini tecnici, che potrebbero non conoscere): perciò, è meglio lasciar perdere il “fai da te” e contattare un traduttore professionista. Non lasciatevi illudere dalle pubblicità che decantano le potenzialità di certi programmi di traduzione automatica; anche se rispetto al passato ci sono stati miglioramenti, il risultato non sarà mai una traduzione degna di quel nome, nessun traduttore automatico potrà sostituirsi ai traduttori umani.

Un testo mal tradotto (specialmente da traduttori automatici) può portare a conseguenze spiacevoli. Il male minore è l’ilarità che può suscitare nei parlanti madrelingua; inoltre, una traduzione inesatta o troppo letterale può essere un sinonimo di poca serietà, e una parola o un concetto mal tradotti possono causare persino un incidente diplomatico.

Ultimamente si sta parlando molto del sito che dovrebbe (sì, uso il condizionale) rappresentare l’Italia nel mondo e promuoverne il turismo, Italia.it. Tempo fa, un annuncio su uno dei principali siti di offerte di lavoro per traduttori, aveva causato l’indignazione di questi ultimi perché proponeva una tariffa inadeguata, poco professionale. Quest’annuncio riguardava proprio Italia.it. Alcuni traduttori hanno firmato una petizione, da cui è scaturita una lettera aperta al Ministro del Turismo Brambilla. Ora mi sorge un dubbio: vista la traduzione penosa del sito in diverse lingue, avranno trovato gente che avrà accettato la tariffa in questione, o si saranno affidati a un traduttore automatico per risparmiare? Ecco alcuni blog che parlano di come sono state rese alcune pagine:

Un’altra domanda che mi sorge spontanea è questa: quando arriverà il tempo in cui i traduttori professionisti smetteranno di essere sottovalutati? Se si fossero affidati a traduttori esperti, queste cose non sarebbero successe. Se dall’alto di un Ministero si considerano la traduzione e i traduttori in un certo modo, figuriamoci come vengono considerati da altri “non addetti ai lavori” posti a livelli più bassi della scala sociale! Cosa aspettano a regolamentare le professioni di traduttore e interprete come hanno fatto in alcuni Paesi? Perché non istituire un albo o una certificazione come per altre categorie di lavoratori? Persino i buttafuori hanno un albo professionale…

Personalmente, sarei d’accordo per quanto riguarda l’istituzione di un albo o di una certificazione, perché entrambi garantirebbero la qualità dei servizi offerti da traduttori, interpreti e mediatori linguistici.